| L'artista |
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| Domenica 24 Agosto 2008 15:11 | |||
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NOTE BIOGRAFICHE Savini Daniela, nata a Teramo il 31/10/1975, ho vissuto fino a 19 anni (1993/4 -Diploma di Maturità artistica presso il Liceo Artistico Statale di Teramo) a Nerito di Crognaleto poi a Parma (1995) per frequentare il Corso di Laurea in Conservazione dei Beni Culturali fino al 2001, matrimonio e residenza a San Giorgio di Mantova. Pubblicazione di un estratto di tesi:
Mostra personale a due (con Samanta Milanesi) alla Galleria del Candelaio e redazione di Eco D'Arte Moderna di Firenze dal 13 al 25 novembre 2008.
2009 · Selezionata dalla Galleria D’Arte “La Telaccia” (TO) per partecipare alla Mostra Internazionale d’arte itinerante Torino –San Remo – Montecarlo (rimandata all’anno prossimo).
NOTE IDEOLOGICHE Dalla stessa montagna, le pendici del Gran Sasso, che ha visto nascere crescere ed affermarsi il grande talento di Guido Montauti (Pietracamela 1918 -Teramo 1979) così spero anch'io un giorno di raggiungere un mio stile distintivo ed avere un piccolo spazio nel panorama artistico che mi appare ricco concorrenziale spinto dalla ricerca della novità.
**** Bene o male, bianco o nero, luce e ombra, vita o morte, yin e yang (concetti opposti ma interdipendenti complementari, si trasformano l’uno nell’altro), questi sono i concetti espressi nei miei quadri; l’utilizzo di colori puri e più rappresentativi della natura-terra, cielo e mare ed infine il rosso del sangue che contraddistingue gli esseri viventi. Cerco qualcosa -di non ben definito-, nei riflessi delle acque, negli specchi di sole che trapelano nel sottobosco oppure attraverso le nuvole, nella luce interiore che brilla attraverso gli occhi, tutto ciò che mi dà la sensazione di magico, caldo e di prezioso, una sorta di scintilla divina che può in parte placare il mio tormento interiore: il perché dell’esistenza, qual è lo scopo della mia vita? Le mie opere rispecchiano il mio mondo, il mio pensiero con un tocco nostalgico per i luoghi in cui sono cresciuta.
**** Artisti preferiti: Giovanni Segantini, Guido Montauti, Renato Guttuso, Carlo Mattioli, Alberto Sughi ...
COERENZA a se stessi RISPETTO di se e delle persone vicine LIBERTA' dalla "moda" Daniela Savini di Carina Spurio ……….una testimone silenziosa che percepisce attraverso la sua arte il mondo esterno mentre la sua realtà interiore sta urlando. Daniela Savini nasce a Teramo e fino a 19 anni vive a Nerito di Crognaleto. Dopo il diploma di maturità artistica conseguito presso il Liceo Artistico Statale di Teramo, si trasferisce a Parma per frequentare il Corso di Laurea in Conservazione dei Beni Culturali. La sua passione per la pittura nasce durante l’adolescenza e si ripresenta nelle sue opere sottoforma di scintilla divina con cui illumina sulle tele le atmosfere paesaggistiche del suo paese natale alle pendici del Gran Sasso; la stessa montagna che ha visto nascere il grande talento Guido Montauti (Pietracamela 1918 –Teramo 1979). Anche dopo essersi trasferita a San Giorgio di Mantova, Daniela Savini continua a raccontare il paesaggio della sua terra nelle sue opere pittoriche. Si arrende ai colori adattati magicamente alle sue percezioni, per ridare vita alle immagini racchiuse in fondo alla sua anima, in cui, il paesaggio abruzzese è immerso tra i colori caldi dell’autunno e il bagliore accecante della neve. Il colore risulta carico di energia, perché solo quando si ama si attiva la fantasia, l’idea, la forma. Tra le sue Opere; Il Gran Sasso, Nerito, Il Corno Grande, L’ascesa, Il risveglio, “Pensando a G. Montauti”; tela in cui è rappresentata una grande roccia tra terra e cielo. Daniela asseconda il suo istinto cercando il senso dell’esistenza, affinché l’arte, possa ricondurla al “realismo esistenziale”, partendo dai concetti opposti ma comunque complementari e sfuma tra i colori puri la sua inquietudine. Anche nelle tele in cui appaiono i ritratti, le immagini raffigurate acquistano un senso nei segni. Non manca nella sua produzione un dipinto particolare, quello in cui l’artista compare in un autoritratto con la figlia Lisa. L’opera, di forte suggestione visiva è in primo piano e sintetizza nel caldo abbraccio la magica intesa tra madre e figlia. La tela, dal titolo “Maternità” esprime la stessa nel senso più comune del termine anche quando lei stessa afferma: “Cerco qualcosa -di non ben definito-, nei riflessi delle acque, negli specchi di sole che trapelano nel sottobosco oppure attraverso le nuvole, nella luce interiore che brilla attraverso gli occhi, tutto ciò che mi dà la sensazione di magico, caldo e di prezioso, una sorta di scintilla divina che può in parte placare il mio tormento interiore: il perché dell’esistenza, qual è lo scopo della mia vita? Le mie opere rispecchiano il mio mondo, il mio pensiero con un tocco nostalgico per i luoghi in cui sono cresciuta.” Si nota, nelle affermazioni di Daniela, un bisogno di esprimersi attraverso l’arte pittorica per ridare un posto ai ricordi, fino ad arrivare alla ricerca dello scopo della vita. Poi, per non restare intrappolata nell’illusione dei tanti perché e delle tante possibili risposte che non arriveranno mai, illustra con precisione e rende eterno il territorio a lei caro nei suoi aspetti peculiari; come una testimone silenziosa che percepisce attraverso la sua arte il mondo esterno mentre la sua realtà interiore sta urlando. di D. Savini A volte è incredibile come un pensiero articolato che sembra difficile a delinearsi all’improvviso grazie o per un input giusto si dipana, in modo tale da poter stendere un primo chiarimento. L’incontro con l’opera e la poetica di Cesare Pavese ed in particolare con i "Dialoghi con Leucò" mi ha permesso di sbrogliare meglio il mio pensiero e poter mettere per iscritto i tormenti i soggetti e le immagini che voglio rappresentare sul supporto artistico, che sicuramente non hanno niente a che vedere con il mercato od i nuovi filoni artistici seppur ci siano tendenze arcaistiche o di neorealismo. Come nei Dialoghi- che è essenzialmente una raccolta di dialoghi con se stesso intorno a se stesso, e di indagini sulla materia più attinente alla sua intima esperienza, mediate però dall’apporto culturale e dal sottile filtro speculativo del tempo mitico, dell’inconscio- così nella mia opera pittorica si tende a fare centro solo su di me-artista, esprimendo nei modi dell’espressione un cauto ma tenace disappunto rispetto a realtà troppo vincolanti e opprimenti. L’esito è il tentativo di interrogare e sviscerare quanto c'è(ra) nell'animo di più inquieto e forte: le radici, i ricordi, il pensiero, la vita e la morte. Si potrebbe considerare l’insieme od il complesso di opere come la trascrizione in forma pittorica dei più rustici miti che albergano nel profondo del cuore: almeno del cuore di Savini. Ne esce fuori uno scenario costituito da paesaggi e orizzonti infiniti senza tempo e spazio, reali e non reali, desolati e non, privi di vita umana –trasformata in alberi o sparuti fiori nati qua e là, alberi dalle fronde taglienti e irte spinte verso l’alto a 360° oltre l’innaturale misura, metafore dell’esistenza ed ancor di più dell’uomo stesso che vuole liberarsi dal sostrato e mettere radici nel cielo libero e infinito quale lo spazio, liberarsi dalla storia, dalle magre ipocrisie e ignoranze quotidiane create dall’uomo stesso o meglio da pochi uomini per dominare governare sul tutto, sulla massa facile a sottomettersi in nome di una falsa tranquillità desiderata e mai raggiungibile. Dalla serie di immagini né uscirà un volto scavato dagli occhi fissi verso lo spettatore, angosciati e angoscianti, a volte senza occhi uccisi, feriti, annullati dal peso dell’esistenza, a volte rovesciati segno di un forte malessere quasi malattia fisica più che mentale deformati dalle passioni esterne; un viso duro divorato da un dolore inalienabile e senza un motivo apparente ma che nel suo profondo in quanto essere spera ancora in una possibile ancora di salvezza: gli affetti. Negli occhi, riflesso dell’animo e del mondo possiamo trovare il vuoto, l’angoscia, il sangue, l’urlo, la morte, la terra vorace, la solitudine. Attraverso le opere pittoriche come Pavese nei Dialoghi si va alla ricerca di una simbologia inconscia e dei tramiti in cui poteva-puo avverarsi il passaggio del proprio “caso” personale dal proprio “orrore” di esistere al mito sottostante, all’immenso, brulicante naturalità degli archetipi. Un viaggio di catarsi ed espiazione iniziato ma non ancora compiuto, pertanto da verificare. Quali i soggetti? Si è citato ed in parte parlato dei ricordi (composti da persone, luoghi vissuti o visitati); il paese natio che accomuna il destino dei piccoli borghi montani –scheletri arroccati dagli occhi piccoli e neri- messi a dura prova dalle intemperie e schiaffeggiati dai suoi stessi eredi-abitanti, i pochi che rimangono superstiti di una guerra silenziosa come fantasmi; i volti, a volte veri ritratti di gente comune, per il resto immagine simbolica dell’esistenza; gli alberi, non un determinato tipo o genere ma anch’esso come detto in precedenza rappresentazione simbolica dell’esistenza-uomo; ed infine la montagna come catarsi, espiazione, lotta, trasformazione del se-io. Ma qual’è il fine, di certo non l’annullamento come è avvenuto con Cesare Pavese, o lo si spera, ciò dipenderà anche dall’evolversi della vita stessa e di quanti semi verranno posti in essere oggi o che sono stati già seminati, in base alla legge di causa ed effetto. Il fine dovrebbe essere l’affermazione della vita, dell’essere qui oggi, dell’istante vitale a cui ci è dato partecipare ma che allo stesso tempo al solo pensare, o solo sfiorare percepire la miracolosità dell’infinito spirito, ci fa rabbrividire atterrire quasi impazzire del -non esserci. Si tratta di costruire nella mente, nel cuore e nello spirito vitale l’immagine, la sequenza di quello che rimarrà del chi sono e che cosa voglio essere e realizzare; dipingendo immagini già dipinte nel cuore e nella mente si avrà la realizzazione del mio essere e dell’esserci stato in un determinato tempo e spazio senza inizio e fine.
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